Churches, Chiesa di San Gioacchino in Prati, event venues in Rome

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Questa chiesa fu costruita per volere di papa Leone XIII, che intendeva in questo modo celebrare il suo giubileo sacerdotale: la prima pietra fu posta nel 1881, ma i lavori furono intrapresi tra il 1891 e il 1898, anno in cui la chiesa fu aperta al pubblico (anche se i lavori si ultimarono solo nel 1911). Fu dedicata a san Gioacchino, il padre della Vergine Maria, a ricordo del nome di battesimo del papa.

Particolarità della chiesa sono la cupola, in alluminio e traforata con stelle di cristallo, che danno luce in modo suggestivo al suo interno; e all'interno 14 cappelle dedicate a quattordici delle ventisette nazioni cattoliche che contribuirono, con le loro offerte, alla costruzione dell'edificio.

La chiesa, costruita dall'architetto Raffaele Ingami, è a tre navate, a croce latina, suddivise da colonne di granito rosa con capitelli in bronzo. Essa appare sontuosamente decorata con marmi policromi e arredi di metallo. La porta centrale è affiancata da due colonne donate dallo zar di Russia.

Nel 1908 l'organaro belga Jules Anneessens edificò in questa chiesa un organo a tre tastiere e 29 registri, restaurato nel 2008 dalla ditta Gustavo Zanin di Codroipo (UD).

La chiesa è parrocchia dal 1905 ed è affidata alla congregazione del Santissimo Redentore; è titolo cardinalizio dal 1960.

Nel corso dell'occupazione nazista di Roma, un gruppo di perseguitati (ebrei e politici) trovò rifugio all'interno della cupola della chiesa. La soluzione, necessaria a salvare un gruppo di rifugiati - inizialmente accolti nella sala cinematografica della parrocchia - dalle sempre più frequenti incursioni dell'esercito tedesco in ambienti religiosi, venne escogitata dall'Ing. Pietro Lestini, che conosceva tutti gli ambienti della chiesa. I rifugiati accettarono così di farsi rinchiudere in uno spazio ristretto, e senza luce, posto tra la volta della chiesa e il tetto. La muratura dell'unica porta d'ingresso terminò il 3 Novembre del 1943 e in quell'angusto spazio, fra indicibili disagi e privazioni, vissero ogni giorno da dieci a quindici persone: il loro unico collegamento con il mondo era una piccola finestra apribile, posta al centro del timpano a cinquanta metri da terra, attraverso la quale passavano uomini, e cose: cibo, vestiti, lettere, giornali, passatempi e anche rifiuti organici. I rifugiati uscirono dal loro nascondiglio il 7 giugno 1944.

Al termine della guerra, per aver salvato i perseguitati il Governo Israeliano dichiarò Giusti delle Nazioni il redentorista Padre Antonio Dréssino, parroco di San Gioacchino, la suora Margherita Bernès delle Figlie della Carità (la cui sede era proprio dinanzi alla Chiesa di San Gioacchino), addetta all'approvvigionamento del cibo e del vestiario, l'ingegner Lestini (che aveva organizzato il tutto e sovrintendeva alle operazioni logistiche) e sua figlia Giuliana, che curava i rapporti tra le famiglie e i rifugiati romani.